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Paragrafo 3 . L'Italia dalla neutralit all'intervento.

     
Nell'agosto  del  1914  il governo del conservatore  Antonio  Salandra
(1914-1916)  aveva  dichiarato la neutralit dell'Italia,  attenendosi
strettamente  alle  clausole  del trattato  della  Triplice  alleanza:
l'Austria aveva inoltre ampliato i suoi possedimenti nei Balcani senza
prevedere, come sancito dal trattato, alcun compenso per gli italiani;
e  molti  di loro pretendevano, come risarcimento, le terre  irredente
della   Venezia  Giulia  e  del  Trentino.  Sul  futuro  atteggiamento
dell'Italia  si  cre perci una situazione di grande incertezza,  che
spinse  ambedue  gli schieramenti in guerra a sollecitare  il  governo
italiano  con  offerte  e  controfferte, per attirarlo  dalla  propria
parte.
     Dal   momento  della  dichiarazione  di  neutralit   fino   alla
primavera del 1915 i favorevoli ed i contrari all'entrata in guerra si
affrontarono duramente su vari fronti: in parlamento, sui  giornali  e
nelle  piazze. La maggioranza della popolazione (operai, contadini  ed
intellettuali) era nettamente neutralista, in sintonia con il governo.
Una  minoranza molto composita parteggiava invece per l'intervento,  o
per  la  guerra  in  s  stessa  come  espressione  di  valore  e   di
rigenerazione morale.
     Gli  industriali  erano divisi fra le due  posizioni.  Alcuni  di
loro   avversavano  un  conflitto  con  l'Inghilterra,  paese   amico,
esportatore di carbone e di materie prime, e ritenevano inoltre che la
neutralit   avrebbe  consentito  di  instaurare   proficui   rapporti
commerciali per il rifornimento di tutti i belligeranti. Al contrario,
i  grandi  armatori non potevano che avvantaggiarsi  da  una  politica
espansionista e favorevole alla guerra.
     I  principali  raggruppamenti politici  che  avevano  scelto  una
posizione  neutralista erano costituiti dai liberali giolittiani,  dai
socialisti e dai cattolici.
     Giolitti   ed   i  suoi  seguaci  ritenevano  che  si   potessero
patteggiare compensi territoriali con l'Austria, senza dover mettere a
repentaglio  la  fragile struttura economica, sociale e  militare  del
paese.
     I  socialisti,  unici fra i confratelli occidentali,  rifiutarono
fino  in  fondo, per principio, l'adesione alla guerra; il loro  motto
era:  "n collaborare, n sabotare". Anche i cattolici aderirono  alla
condanna  della guerra, bollata come "inutile strage" dal  nuovo  papa
Benedetto quindicesimo (1914-1922).
     Nell'insieme,  tali  raggruppamenti avrebbero  formato,  volendo,
una  netta maggioranza, in base agli esiti delle votazioni a suffragio
universale avvenute nel 1913.
     I  favorevoli  all'intervento rappresentavano un  arco  di  forze
ancora  pi  esteso  di  quello  dei loro  avversari,  ma  risultavano
quantitativamente inferiori.
     Tale  ampia  frangia  riuniva i nazionalisti,  gli  irredentisti,
alcuni  sindacalisti  rivoluzionari e l'ex  direttore  dell'"Avanti!",
Benito Mussolini.
     
     p 10 .
     
     Il  gruppo  dei  nazionalisti, nel quale  confluivano  i  fautori
dell'imperialismo  italiano  e  gli  esaltatori  della   guerra   come
D'Annunzio,  Marinetti  ed  i futuristi,  prima  rivendic  in  chiave
antifrancese la Corsica, Nizza e la Tunisia; poi, visto che gli imperi
centrali    non    sfondavano,    si   appellarono    all'irredentismo
antiaustriaco.
     I  pochi, veri irredentisti di stampo risorgimentale e mazziniano
come  Nazario  Sauro, Cesare Battisti, lo storico  Gaetano  Salvemini,
l'ex  cattolico  Romolo  Murri  e  il  socialista  riformista  Leonida
Bissolati  furono  coerentemente  antiaustriaci,  in  quanto  il  loro
obiettivo  era  la  riunificazione di Trento e Trieste  al  territorio
nazionale.
     Sindacalisti  rivoluzionari  come  Arturo  Labriola   e   Filippo
Corridoni  seguirono  invece  le orme dell'ideologo  francese  Georges
Sorel,  affermando che la guerra avrebbe portato immancabilmente  alla
rivoluzione  sociale,  dopo che fossero stati abbattuti  i  reazionari
imperi centrali.
     A  questa posizione di interventismo rivoluzionario giunse anche,
dopo  essere  stato fautore della neutralit assoluta,  il  socialista
massimalista  Benito Mussolini, sostenendo che la  guerra  antitedesca
avrebbe potuto spezzare a favore delle masse gli equilibri politici  e
sociali  vigenti,  favorevoli  alla  borghesia.  Espulso  dal  partito
socialista,  egli  fond il giornale "Il Popolo d'Italia",  dal  quale
prosegu la sua campagna interventista.
     Con   il  tempo,  anche  Salandra  ed  i  liberali  conservatori,
contrari  a Giolitti, divennero interventisti, per ragioni di politica
interna  ed internazionale: questa loro scelta venne appoggiata  anche
dalla  corona  e dai circoli militari. Preoccupati dall'intensificarsi
delle sommosse proletarie, i conservatori speravano, al contrario  dei
sindacalisti  rivoluzionari,  che la guerra  potesse  integrare  nello
stato  le  masse  rivoluzionarie; in allarme anche per  una  eventuale
vittoria degli ex alleati, a cui non avevano offerto aiuto, e timorosi
di  una  loro  ritorsione, essi si orientarono  sempre  di  pi  verso
un'alleanza   con  l'Intesa.  Dopo  avere  respinto  le  contropartite
austriache,  il capo del governo Antonio Salandra e il ministro  degli
esteri  Sidney  Sonnino, con l'avallo del sovrano e avvalendosi  delle
facolt loro concesse dallo Statuto, avviarono trattative segrete  con
l'Intesa. Queste portarono alla sottoscrizione, il 26 aprile 1915, del
patto  di Londra: l'Italia si impegnava ad entrare in guerra entro  un
mese  a  fianco di Francia ed Inghilterra; in cambio avrebbe  ottenuto
non  solo  le terre irredente, ma anche territori extraitaliani,  come
Sudtirolo, Istria e Dalmazia.
     Mentre  nelle  piazze  i  chiassosi  interventisti  riuscivano  a
subissare  i  pacifisti  in  quelle che furono  chiamate  le  "radiose
giornate  di  maggio", sostenuti da giornali come il  "Corriere  della
Sera", in parlamento Giolitti gioc un'ultima battaglia per imporre la
neutralit. Ma, dopo essersi accorto che lo scatenamento di una  crisi
politica  lo  avrebbe riportato al governo proprio in  un  momento  di
grande incertezza e di gravi decisioni, temendo per la sua carriera  e
la sua immagine, si tir da parte, lasciando campo libero al governo.
     Cos,   venuta  meno  l'influenza  di  Giolitti,  il   parlamento
concesse a stragrande maggioranza i poteri straordinari al governo  in
caso  di  guerra  (21  maggio), nonostante  l'opposizione  socialista:
Salandra e gli interventisti avevano vinto.
     Gli  ultimi  negoziati  con  l'Austria furono  fatti  volutamente
fallire  e  il  24  maggio  l'Italia  dichiarava  guerra  all'Austria;
l'esercito italiano, al comando del generale Luigi Cadorna,  varc  il
confine orientale alla volta del fiume Isonzo e del Carso.
